Refugees in Jordan – Reportage fotografico (2008).

Layout 1Introduzione. Di Rossella Miranda & Nicolò Della Chiesa.

In genere quando in Europa si parla di palestinesi, o meglio di rifugiati palestinesi, è inevitabile riferirsi alla “questione palestinese”: il conflitto per antonomosia, il prototipo della pace possibile (o impossibile), il terreno più ambito per misurare capacità diplomatiche internazionalmente riconosciute, l’occasione più ricercata per affermare il primato di alcuni valori (giustizia, difesa, vita) su altri.

La “questione palestinese” scatena guerre globali e guerriglie locali, proteste violente e fiumi di proposte pacifiche: tutto giustificato in nome della ricerca di una soluzione definitiva.
D’altronde è naturale che sia così: sono passati 60 anni da quello che gli ebrei chiamano: “Yom Ha’Azmaut” –il giorno dell’indipendenza, e i palestinesi definiscono: “Nakbeh”-la catastrofe, e una soluzione al problema non è stata ancora trovata. Dal 1948, anno in cui Israele dichiarò la propria indipendenza, almeno 4,5 milioni di palestinesi sono rifugiati all’estero. Da allora per i rifugiati –e non solo per quelli- esiste un diritto supremo: “il diritto al ritorno” e una assoluta priorità: mantenere viva la memoria, il ricordo della vita prima del ’48. “I come from there and I remember” afferma giustamente Mahmoud Darwish, poeta palestinese. Ed è ciò che viene tramandato di padre in figlio da 60 anni. Per un popolo costretto allo status di rifugiato perenne, la memoria, le radici, la storia sono l’unico modo per reagire –pacificamente- all’umiliazione, al senso di ingiustizia subita. Ed è per questo che quando si parla di rifugiati palestinesi, si parla inesorabilmente di questione palestinese.

Ma chi sono oggi i rifugiati palestinesi?
Da dove arrivano lo sappiamo, è la premessa ad ogni inizio di conversazione. “I come from there”, ti dicono. Gaza, Tulkarem, Haifa, Gerusalemme e così via. Come vivevano, pure. “I remember” ripetono. E se non sono ricordi personali, quelli tramandati dai propri genitori, nonni, zii saranno vivissimi. Ma come vivono oggi?Come si trovano nei luoghi in cui hanno trovato rifugio?Quanto sono diverse le nuove generazioni? Cosa prevale: la memoria, i ricordi dei torti subiti, il ripiegamento verso il passato e il conseguente rischio di immobilismo, oppure il desiderio di costruire con fiducia una esistenza migliore, nonostante i torti.

Spinti da queste curiosità, siamo andati ad incontrarli. In Giordania, il Paese che ha ospitato il maggior numero di palestinesi: un milione e settecento mila persone arrivate a seguito del  conflitto del ’48 e della guerra del ’65 alle quali è stato offerto rifugio e assistenza. Siamo andati nei 13 campi profughi in cui vive quella parte di popolazione in maggiore difficoltà, dove l’ICU lavora da 10 anni –grazie al sostegno dell’Unione Europea- con l’obiettivo di migliorare le condizioni di vita, attraverso la riabilitazione delle infrastrutture, i corsi di formazione, il micro credito.
Dagli incontri nasce questo reportage fotografico, che non pretende certo di fornire un quadro esaustivo della condizione dei profughi nel Paese. Esso risponde, piuttosto, al desiderio di offrire al lettore interessato uno spaccato di vita quotidiana, frammenti di vita, e all’ambizione di restituire alle persone incontrate, aldilà del loro essere “rifugiati” con un passato da ricordare ed un futuro da risolvere, il diritto di essere uomini e donne che, come possono, condividono il tempo presente.

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